Udienza Gup contro Massimo Grimaldi. La Dda punta anche stavolta Francesco “Ciccio e’ Brezza” Zagaria. Basterà per ribaltare il giudizio tombale della gip Miranda che ha negato l’arresto?

12 Febbraio 2021 - 19:08

Da Natale abbiamo iniziato ad occuparci spesso di Francesco Zagaria, rendendoci conto che diversi magistrati condividono nostre datate perplessità sulla consistenza e sulla genuinità delle dichiarazioni di questo pentito

CASERTA (g.g.) – Non è elegantissimo iniziare un articolo con un punto di domanda, ma in questo caso è troppo utile, addirittura fondamentale, per sviluppare il nostro ragionamento. Ecco il quesito che affidiamo “all’immaterialità materiale” della rete: il Gip del tribunale di Napoli Maria Luisa Miranda può affrontare procedimenti relativi a reati di camorra, alla commistione tra politica e criminalità organizzata, solamente fabbricandosi il codice penale e i repertori giurisprudenziali davanti agli occhi o è in grado di valutare fatti e circostanze di una richiesta che gli può arrivare dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia, dall’alto di un’esperienza vissuta, a sua volta e direttamente, sul campo di battaglia e in prima linea nella lotta alle mafie? Sicuramente siamo di fronte al secondo caso. Maria Luisa Miranda, 50 anni, napoletana, è stata, infatti, per diverso tempo, uno dei sostituti procuratori di punta di Nicola Gratteri, cioè il capo della Dda calabrese, uno dei magistrati più in vista nella lotta al crimine organizzato.

Dunque, Miranda ha lavorato notte e giorno per acchiappare gli esponenti delle ‘ndrine. Conseguentemente, non si può negare, a meno che non si faccia esercizio di conformistica ipocrisia, che quando si va a valutare una sua decisione, un provvedimento che assume ora che è passata dall’altra parte della barricata, ora che deve dar riscontro e giudicare sul lavoro dei suoi ex colleghi pm, la valutazione del giornalista non può non essere scevra da una considerazione a monte sull’indubbia autorevolezza di questo magistrato.

La premessa è necessaria perché oggi vogliamo tornare su una notizia che abbiamo ripreso domenica scorsa (CLICCA PER LEGGERE) da un articolo di Vincenzo Iurillo, pubblicato su Il Fatto Quotidiano. Nel pezzo si dava conto della richiesta di rinvio a giudizio, formulata dal pubblico ministero della Dda, Maurizio Giordano, nei confronti dell’attuale consigliere regionale di Forza Italia e già consigliere della Lista Caldoro e del Nuovo Psi, Massimo Grimaldi.

Un’indagine che non ha seguito un percorso lineare. Nel senso che sulla stessa è pesata e pesa ancora l’ipoteca di una decisione netta, perentoria che il citato Gip Miranda ha assunto a suo tempo nel momento in cui ha rigettato decisamente e con argomentazioni piuttosto tranchant, la richiesta di arresto che la Dda aveva formulato ai danni di Grimaldi. Quelle esposte dal Gip Miranda, ripetiamo, per anni, da pm, in prima linea nel contrasto alla ‘ndrangheta calabrese al fianco di Gratteri, sono argomentazioni tombali, nel senso che sembrano determinare l’esito del procedimento giudiziario a carico di Grimaldi. Ma il pm Giordano è un magistrato a sua volta dotato di significativa esperienza e che ha mostrato dal 2008 in poi una specialissima attitudine, divenuta quasi dedizione spirituale, nelle indagini sui rapporti tra politici e criminalità organizzata (dai coniugi Mastella si arriva a Grimaldi, passando per Di Muro e Carmine Antropoli, giusto per citare i casi più eclatanti). Per cui, se ha chiesto al Gip/Gup il rinvio a giudizio del politico casertano – naturalmente, uno diverso da Miranda, la quale essendosi pronunciata sulla libertà personale di Grimaldi, non può decidere in questa fase, vuol dire che ha qualcosa di nuovo da proporre.

Qualcosa di nuovo che può in pratica ridimensionare quell’ipoteca che le motivazioni addotte dal giudice Miranda hanno indubbiamente calato sulle prospettive processuali di Grimaldi.

Abbiamo deciso oggi di scrivere ancora sulla vicenda perché questa si interseca, a nostro avviso, con un altro argomento da noi ritenuto di grande interesse e di cui ci stiamo occupando sin dai giorni precedenti all’ultimo Natale, precisamente da quando abbiamo appreso che un altro Gip del tribunale di Napoli ha rigettato una richiesta di arresto, anche questa parimenti formulata dal pm Giordano, per il super boss Michele Zagaria e per uno degli esponenti di maggior spicco della sua fazione, Salvatore Scintilla Nobis.

In quel caso (LEGGI QUI) la Dda formulò la sua richiesta fondandola sulle dichiarazioni rilasciate da Francesco Ciccio e’ Brezza Zagaria, collaboratore di giustizia su cui la Dda e il pm Giordano hanno puntato tanto, se non addirittura tutto, al punto che noi – che un po’ la sappiamo lunga sulle cose di camorra di questa provincia – ci siamo limitati a certificare in maniera notarile tutto ciò che ha abitato nell’ordinanza e nelle altre parti dell’inchiesta che ha condotto due anni fa all’arresto dell’ex sindaco di Capua, nonché primario di Chirurgia al Cardarelli, Carmine Antropoli.

Per molto tempo abbiamo pensato, avendo grande stima per il lavoro dei pm Giordano e Alessandro D’Alessio, adesso impegnato in altro ruolo extra Dda nella Procura di Napoli, che Francesco Zagaria fosse un collaboratore di giustizia altamente credibile in quanto già in grado di offrire solidi riscontri alle sue dichiarazioni.

A dirla tutta, un po’ sorpresi e un po’ interdetti lo eravamo già da allora, visto e considerato che, modestamente (magari non le abbiamo capite) ma 50-60 mila pagine di ordinanze sul clan dei Casalesi le avevamo lette, e mai avevamo incrociato nelle dichiarazioni di centinaia di pentiti, nelle indagini, nei verbali processuali, nelle motivazione delle sentenze di primo, secondo e terzo grado, il Francesco Zagaria come uomo importante, cruciale dentro le strategia economico-militare del clan.

Un po’ perplessi sì, ma non al punto da far prevalere questo sentimento molto più solido consistente nella convinzione sula solidità dell’apporto di questo nuovo pentito. Però chissà, così pensavamo, riflettendo tra di noi in redazione: evidentemente, nel momento in cui dice di aver partecipato al super agguato nei confronti di Sebastiano l’evraiuolo Caterino nel 2003, sia anche in grado di dimostrarlo. Stesso discorso per quanto riguarda l’omicidio di Raffaele Lello Lubrano, figlio del superboss di Pignataro Maggiore, Antonio Lubrano.

Per il primo delitto, Francesco Zagaria è stato rinviato a giudizio dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere per iniziativa dei pm D’Alessio e Giordano. Ora è co-imputato in un processo, lo stesso che vede coinvolti Antropoli e altri, finito in corte di Assise proprio perché imperniato sull’omicidio Caterino che, va ribadito, aveva già da tempo esaurito tutti i suoi capitoli giudiziari, con sentenze passate in giudicato, tonnellate di argomentazioni, le quali dimostravano evidentemente che a magistrati, pentiti, forze dell’ordine con funzione di polizia giudiziaria e, umilmente, anche a noi era sempre clamorosamente sfuggito che uno degli specchiettisti (non un incarico di secondo piano) del duplice omicidio di via dei Romani fosse Ciccio e’ Brezza.

Le cose sono andate diversamente nel caso dell’assassinio di Lello Lubrano. Quel gip del tribunale di Napoli che ha destato la nostra curiosità nei giorni di Natale, non ha ritenuto che le dichiarazioni di Francesco Zagaria, la sua auto-accusa e la storia un po’ anomala di lui che, dopo l’omicidio di Lubrano, fa una cosa che nemmeno un camorrista di serie C fa, per quanto è rischiosa, recandosi a Casapesenna per riferire a Pasquale Zagaria, fratello di Michele, scarcerato proprio oggi (LEGGI QUI). Di qui il rigetto della richiesta di arresto per Michele Zagaria e Nobis che avrebbero ordinato a Ciccio e’ Brezza, secondo il racconto di quest’ultimo, di partecipare nell’autunno 2002 all’omicidio Lubrano, su cui è stato scritto e sentenziato di tutto e di più senza che il nome di Ciccio e’ Brezza emergesse mai, salvo poi riutilizzarlo nel 2003 nel delitto di Caterino.

Per cui, l’idea che ci siamo fatti è che, essendo Ciccio e’ Brezza considerato un pentito altamente credibile, così come ha sostenuto recentemente un’altra Gip del tribunale di Napoli, Rossetti, salvo poi infrangersi sugli scogli di una bocciatura con pochi precedenti da parte del Riesame che ha scarcerato tutti, finanche Filippo Capaldo, nipote di Michele Zagaria, la carta che la Dda utilizzerà in udienza preliminare per ribaltare la decisione tombale della Gip Miranda sarà proprio quella delle dichiarazioni che Ciccio e’ Brezza ha messo a verbale inerenti alla sua conoscenza diretta delle cose della politica riguardanti proprio l’esperienza istituzionale dell’ex consigliere regionale.

Per questi motivi siamo curiosi di capire come finirà questa partita, in considerazione del fatto che la magistratura non sembra avere un’idea univoca sulla credibilità di questo collaboratore di giustizia. A Grimaldi viene contestato di aver fatto in pratica di aver favorito la camorra perché, nell’anno 2010, ha distaccato Giuliano Pellegrino, funzionario dei Beni Culturali, presso la regione, parcheggiandolo in prima battuta negli uffici del collega Giovanni Baldi, uomo di centrodestra, poi attraversato da qualche vicissitudine giudiziaria, con tanto di arresto e finito alle ultime elezioni, come tanti altri come lui di provenienza cdx, nelle liste del governatore Vincenzo De Luca.

Ma chi è questo Pellegrino? Perché viene additato dalla Dda come un uomo messo lì in regione a difendere gli interessi del clan dei Casalesi? Intanto, si tratta di un dipendente statale, della Sovrintendenza, per la quale opera a Succivo. In regione ci arriva la prima volta, chiamato, sempre in regime di comando, da Peppe Sagliocco, notissimo politico aversano deceduto da qualche anno. Successivamente, sempre Pellegrino alimenta la sua passione per le stanze della politica entrando nella segreteria dell’alleanzino Gagliano. Nel 2012, e qui siamo noi diretti testimoni di quel tempo, partecipa da candidato alla lista Caldoro. Ottiene, però, pochi voti e in quella occasione è proprio Grimaldi a cogliere un’affermazione significativa che stavolta gli permette di entrare in consiglio dalla porta principale, visto e considerato che nel 2005 c’era riuscito con quella che noi ci divertiamo molto spesso a definire la più grande botta di culo della storia delle elezioni in provincia di Caserta (LEGGI IL NOSTRO ARTICOLO DI DOMENICA SCORSA).

Pellegrino è anche il fratello di colui che ha sposato la sorella di Cuoll e’ Pint, camorrista di rilievo, al secolo Giuseppe Diana. Ma Giuliano Pellegrino non ha precedenti penali, non è un pregiudicato e per di più, nel 2015, dopo essere stato distaccato presso Grimaldi dal giorno in cui questi diventa presidente della commissione Bilancio, saluta e se ne va insieme a Teresa Ucciero, architetto di Villa Literno, trapiantata a Caserta, e candidata nel 2010 a sua volta nella lista Caldoro, salvo poi transitare, insieme all’allora senatore Enzo D’Anna, forzista divenuto verdiniano in appoggio al governo Renzi, nel movimento Campania in Rete, per il quale si candidano sia Ucciero che Pellegrino, ma nel centrosinistra e in appoggio a De Luca, che proprio grazie a quella lista, in cui a Caserta fu eletto Alfonso Piscitelli, e anche grazie all’accordo dell’ultim’ora con Ciriaco De Mita, riesce a battere per una manciata di voti (il contrario di quello successo la volta seguente, nel settembre 2020) la coalizione Caldoro. Oggi, Pellegrino è ancora in auge, essendo consigliere comunale di maggioranza a Trentola Ducenta, eletto nella lista Ciocia. Precedentemente, nella breve e travagliatissima sindacatura di Andrea Sagliocco, conclusasi cin una retata dei carabinieri, Giuliano Pellegrino si era fatto rappresentare dal figlio Francesco all’interno della giunta.

Di Pellegrino parla un altro pentito un po’ sui generis il concittadino trentolese, Luigi Cassandra, politico-imprenditore. Questi, ribadendo assertivamente la parentela del fratello con Antonio Cuoll e Pint Diana, afferma anche Giuliano Pellegrino non è un affiliato.

Gli altri due motivi addotti dalla Dda e decisamente rigettati dalla Gip Miranda in sede di richiesta di arresto di Grimaldi, si relazionano a due finanziamenti regionali: uno per la ristrutturazione della scuola di via Bovo a Trentola Ducenta, il secondo per la riqualificazione di un impianto sportivo comunale. Il Gip a riguardo osserva che non ci sono nell’indagine elementi solidi per sostenere che dei finanziamenti regionali, finiti nelle casse di un comune seppur problematico come quello trentolese, possano aver contribuito al rafforzamento economico del clan dei Casalesi.

Sarà importante, inoltre, capire bene (magari noi lo andremo a scoprirlo nei prossimi giorni) a quale tempo risalgano questi bandi. Anche ciò conta, perché è chiaro che la relazione tra Grimaldi e la sua presunta attività a sostegno del clan deve essere associata a fatti che l’abbiano riguardato direttamente, soprattutto quando cominciò a contare per davvero in Regione, a partire dal già citato periodo del giugno 2010, allorquando diventò presidente della commissione Bilancio. Momento considerato fondamentale dagli inquirenti nell’attività che il consigliere regionale più vicino a Stefano Caldoro avrebbe svolto a vantaggio dei Casalesi.

Ora, non ci resta che attendere la celebrazione dell’udienza davanti al Gup del tribunale di Napoli, ma riteniamo che non andremo distanti dalla verità nel momento in cui troverà riscontro la nostra ipotesi, supportata logicamente con elementi di significativa solidità, che i “fatti nuovi” che hanno indotto la Dda a richiedere comunque il processo a carico di Grimaldi, siano legati alle dichiarazioni di Ciccio e’ Brezza Zagaria.