IL VIDEO. Sequestro da oltre 2 milioni di euro a due noti imprenditori di MARCIANISE e SAN CIPRIANO. Indagato il notaio Musto

28 Giugno 2018 - 14:53

MARCIANISE – La Compagnia della Guardia di Finanza di Marcianise ha dato oggi esecuzione al decreto
con il quale il GIP del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, su conforme richiesta di questa
Procura, ha disposto il sequestro preventivo di immobili del valore di mercato di oltre 2 milioni di
euro, riconducibili e nella materiale disponibilità dei componenti di due nuclei familiari:
CAMPOMORTO di Marcianise, imprenditori del settore edile;
FERRAIUOLO di San Cipriano d’Aversa, al cui vertice si colloca Alfonso Ferraiuolo, già
condannato nell’ambito del maxiprocesso “Spartacus”, per il reato di associazione di tipo
mafioso, essendo stato accertato il suo stretto rapporto di collaborazione con il capo camorra,
Francesco Sandoakn 

Schiavone, con ruolo di fattivo supporto logistico nel periodo
della latitanza di quest’ultimo.

L’indagine è stata svolta in maniera unitaria, sebbene riguardante due distinti nuclei
familiari, avendo, essa, preso l’avvio da un’attività di contrasto al riciclaggio di capitali di
provenienza illecita, coinvolgente professionisti, esperti nella creazione di trust.
In particolare, l’indagine è nata da un’ispezione antiriciclaggio nei confronti del notaio
Giovannibattista Musto di Caserta, al quale i nuclei familiari CAMPOMORTO e FERRAIUOLO
si erano rivolti per la stipula di plurimi atti di trasferimento immobiliare.

Al termine del controllo
valutario veniva contestata al notaio l’omessa segnalazione di operazioni sospette, per un
ammontare complessivo di circa 840.000 euro. Da qui il successivo sviluppo investigativo, che ha
permesso di comprendere come il professionista fosse consapevole delle reali finalità sottese ai
trasferimenti immobiliari, ossia di eludere eventuali azioni di apprensione degli stessi da parte del
Fisco, a soddisfazione dei debiti tributari maturati, ovvero dall’Autorità Giudiziaria, quali patrimoni
illecitamente accumulati.
Tale azione elusiva, secondo l’impianto accusatorio della Procura condiviso dal giudice, è stata
realizzata avvalendosi dell’istituto giuridico del trust, di origine anglosassone, ma da lungo temporecepito nell’ordinamento italiano, attraverso il quale un soggetto aliena beni o diritti di sua
proprietà al trust stesso, affidandoli alla gestione di un terzo che viene definito trustee. I beni facenti
parte del patrimonio del trust non possono continuare ad essere a disposizione del disponente, né
questi può in alcun caso beneficiare dei relativi redditi o condizionare in alcun modo il potere
gestionale del trust.Tanto più non deve esserci coincidenza tra le figure del disponente e del gestore. Nel caso di
specie, invece, si ritiene esservi stato un abuso dello strumento giuridicamente previsto, essendo
stato evidentemente acclarato che il potere di gestire e disporre dei beni sia rimasto, in tutto o in
parte, in capo al disponente; e ciò all’esclusivo fine di ostacolare la riconducibilità a lui di tali beni,
neutralizzando così procedure esecutive e giudiziarie.

In concreto, nel primo caso, a seguito di una verifica fiscale condotta nei confronti
dell’azienda edile “MIRA. IMPIANTI” S.r.l. di Marcianise (CE), la famiglia CAMPOMORTO
aveva accumulato decine di cartelle esattoriali insolute per un ammontare complessivo di mezzo
milione di euro. A fronte di tale debito erariale, la coppia di coniugi aveva quindi deciso di riunire
fittiziamente all’interno di un trust denominato “ZANTE” l’intero patrimonio in loro possesso,
costituito da n. 10 appartamenti e n. 4 terreni, per un valore di mercato di circa 1.300.000 euro,
mantenendone però di fatto la gestione e il controllo. In epoca successiva, per rendere ancora più
difficoltosa l’esecuzione di un’eventuale azione revocatoria, i CAMPOMORTO avevano fatto sì che
i beni confluiti nel trust venissero donati alle figlie, le quali, a loro volta, avevano costituito
autonomi fondi patrimoniali in cui occultare gli immobili ricevuti in donazione.

Il reato contestato è quello di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (previsto
dall’art. 11 del D.Lgs. 74/2000, con una pena edittale della reclusione sino a sei anni).
Per ciò che concerne, invece, la posizione dei FERRAIUOLO, questi, con il concorso del
medesimo notaio, tramite analoghe condotte di fittizia intestazione, sono riusciti ad occultare per
lungo tempo l’esistenza di rilevanti complessi immobiliari, acquisiti grazie all’attività criminale del
FERRAIUOLO, intraneo al clan dei “Casalesi”. Infatti, Alfonso Ferraiuolo, capostipite della
famiglia, nell’ambito del maxiprocesso “Spartacus”, è stato condannato in via definitiva per aver
avuto un ruolo attivo nel tentativo di proteggere la latitanza del noto Francesco SCHIAVONE detto
Sandokan, di aver operato in qualità di suo prestanome e per aver ricevuto rilevanti benefici
economici grazie alla sua appartenenza all’organizzazione di stampo camorristico di riferimento.
Dall’esame degli atti acquisiti presso lo studio notarile, è emerso che, durante il processo
penale in corso, poco prima dell’emanazione della sentenza definitiva di condanna, egli aveva
donato il proprio patrimonio personale (un complesso immobiliare composto da n. 4 appartamenti,
un ulteriore immobile e n. 9 terreni per un valore di mercato stimato in circa 800.000 euro) ai figli
Stefano e Raffaella, i quali, a loro volta, li avevano fatti confluire all’interno di un trust denominato “STERAF”. Tra i beni oggetto di illecita spoliazione compare una villa composta da n. 4
appartamenti ubicata in San Cipriano d’Aversa (CE), la quale, in base agli atti giudiziari, era stata
originariamente acquistata dall’organizzazione criminale ed utilizzata dai membri del sodalizio tra
cui lo stesso SCHIAVONE.

Le cessioni immobiliari in trattazione, con tutta evidenza preordinate ad eludere le misure di
prevenzione antimafia ex L. 159/2011, sono avvenute senza che sia mai subentrata una sostanziale
variazione del rapporto di effettiva disponibilità su tali immobili. La condotta incriminata configura
il reato di trasferimento fraudolento di valori, reato previsto dall’alt. 512 bis c.p. (già art. 12
quinquies del D.L. 306/1992, conv. in 1. 356/1992), che prevede una pena edittale della reclusione
sino a sei anni.

Considerato l’elevato valore indiziario degli elementi raccolti nel corso dell’attività
investigativa, rilevato il rischio che la libera disponibilità degli immobili in trattazione possa
aggravare o protrarre le conseguenze dei reati, su richiesta di questa Procura, il G.I.P. presso il
Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha disposto il sequestro preventivo dell’intero asset
immobiliare delle famiglie CAMPOMORTO e FERRAIUOLO oggetto di flttizia intestazione. Sono
stati posti, pertanto, i sigilli a n. 14 unità immobiliari e a n. 13 terreni del valore di mercato di oltre 2
milioni di euro (valore catastale pari a 770.000 euro).

La presente operazione, connotata da un alto grado di tecnicismo, costituisce un esempio di
sinergia operativa tra questa Procura ed il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Caserta,
nell’azione di contrasto all’accumulazione di consistenti capitali di provenienza illecita, sottratti al
Fisco, anche grazie alla connivenza e all’apporto personale di professionisti, e, quindi, nell’azione di
contrasto all’evasione fiscale.