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CALUNNIE IN ALLEGRIA. Falso che io abbia cacciato Enzo Palmesano per volere del boss: spieghiamo tutto per la 100esima volta. La Pignetti, in questo strano posto rappresenta un’istituzione, e allora…

9 Novembre 2023 - 13:19

Come mai, allora, non sono stato mai indagato, inquisito per favoreggiamento? Ve lo spiego per la centesima volta in un articolo che ricorda i plagi, riconosciuti dai giudici, compiuti da Roberto Saviano, e la vergogna di un pezzetto della DDA di Napoli al tempo adorante ai suoi piedi, con i reggi coda della cosiddetta intellighenzia giornalistica di sinistra illiberale, antidemocratica che, deliberatamente, dopo tutto quello che avevo raccontato davanti a un giudice, dimostrando i veri motivi per cui Palmesano se n’era andato lui – altro che cacciato – facendo letteralmente disperare la pm dell’Antimafia, non mi ha dato mai possibilità di replicare che, però, ho potuto esercitare su questo giornale, un sito locale che, in rapporto a popolazione e bacino d’utenza, è il più letto di Italia

CASERTA (gianluigi guarino) – Vabbè, eviteremmo volentieri, ma la signora Raffaela Pignetti è a capo di un ente pubblico. E se la presidente di un ente pubblico narra una storia, adottando un senso unico poi invertito dai fatti, bisogna rilevarlo.

Eppure ha accanto a sé la signora Iolanda Chiuchiolo, assunta grazie a me e solamente a me da giornalista praticante al Corriere di Caserta, approfittando durante quel segmento temporale dell’assenza del proprietaro, editore, dominus.

Dunque, la signora Chiuchiolo dovrebbe sapere bene come sono andate le cose rispetto all’uscita di Enzo Palmesano dal giornale. Ma la citata Chiuchiolo, sannita, anzi, diversamente sannita rispetto a quello che sono io, fa quello che fa da sempre, dunque, liscia il pelo al suo comandante di turno.

In una mattinata di diversi anni fa, davanti al giudice di Santa Maria Capua Vetere, Maria Francica, mi sono seduto e per un’ora ho fatto disperare la pubblico ministero della DDA che cercava di farmi dire per forza che io avevo cacciato dal Corriere di Caserta Enzo Palmesano, in quanto persuaso a farlo da uno che si chiama Francesco Cascella, al tempo faceva il giornalista sportivo a TeleAlternativa, tv di cui era comproprietario l’editore dominus di cui prima, e sposato non ricordo bene se a una figlia o a una nipote del boss di Pignataro Maggiore Vincenzo Lubrano.

Ora, chi mi conosce bene e la signora Chiuchiolo mi conosce bene, troppo bene, sa ovviamente…molto bene che, ammesso e non concesso che io, arrivando dalle montagne del Sannio, dove si mangia prosciutto paesano e formaggio di pecore e non caviale, non sushi, fossi diventato, ambientandomi qui a Caserta, da dove ogni sera, da vent’anni, alle 19.30 riparto per raggiungere le mie montagne, fossi diventato un estimatore della camorra indigena, l’ultima cosa al mondo che mi avrebbe concesso il mio difetto di vanità sarebbe stata quella di mettermi sotto agli ordini di qualcuno, di uno di quest bifolchi analfabeti capiclan.

Si chiamasse lui Lubrano, Sandokan, Iovine, Belforte eccetera.

CAVALIERI E PANASSI, OSSIA LA VERA STORIA E I VERI MOTIVI PER CUI PALMESANO DECISE DI LASCIARE IL CORRIERE

La Chiuchiolo sa bene quanto sia stato io sconsiderato nel non chiedere mai una scorta, nonostante ciò che scrivevo al tempo da solo, mentre tutti si prostravano ai loro piedi, contro Nicola Cosentino, contro Nicola Ferraro, cosa che riuscii a fare soprattutto nei 14/15 mesi in cui l’editore dominus di prima fu forzatamente assente per beghe riguardanti custodie cautelari e altri titoli di minore importanza che comunque gli impedirono di stare in redazione e consentirono a me di stabilire tutti i record di vendita, mai più battuti, di un giornale di una provincia, attestato a 8.500 copie al giorno, con punte fino ai 20 mila. Cifre che consentirono a quell’editore-proprietario di veder accrescere il proprio conto corrente mentre, caso più unico che raro, si trovava recluso in carcere, agli arresti domiciliari o con altre limitazioni della libertà.

Signora Pignetti, si faccia raccontare dalla Chiuchiolo che io congedai Palmesano, dopo avergli offerto il mio totale appoggio, anche a costo di litigare con il “solito” dominus che, magari, propendeva un po’ per quel Giorgio Magliocca che il collega Enzo Palmesano attaccava un giorno sì e l’altro pure e di cui si può ben verificare lo stato del rapporto con me, con questo giornale anche nel tempo presente. Roba che Palmesano la vede con il binocolo questa determinazione leonina nel denunciare il malaffare nell’amministrazione provinciale guidata dal sindaco di Pignataro Maggiore.

Posi una sola condizione che avevo pienamente il diritto di porre, in quanto quei fatti si verificavano proprio nei primi mesi della mia direzione, mentre avevo chiesto il soccorso di un altro sannita, il talentuosissimo Giacomo Ciriello, giovane giornalista che avevo allevato in un altro miracolo editoriale, quel Il Sannio – primo storico giornale quotidiano della remotissima provincia di Benevento – e che poi è diventato direttore generale della Regione Lombardia, ricevendo lodi ed onori.

A Giacomo chiesi di indicarmi un/una buono/a giornalista di Benevento e la Chiuchiolo la andai a prendere io alla stazione di Caserta per portarla in redazione.

Per quanto riguarda Palmesano, gli formulai questa preghiera: “Okay Enzo, io ci metto la faccia, ma tu devi metterci la tua. Non so se hai un contratto da professionista a Il Secolo d’Italia, ma siccome i tuoi articoli sono dirompenti, importanti, non puoi continuare a firmarti come Anna Cavalieri a Pignataro e Antonia Panassi a Sparanise. Per cui, o ci metti la faccia come la metto io o altrimenti questo non è più giornale di pseudonimi“.

Di fronte a queste condizioni, Palmesano andò via perché forse la firma non poteva spenderla, visti accordi contrattuali con altri giornali.

Di cui la sleale attività di calunnia nei miei confronti, raccontata anche a quel bell’imbusto di Roberto Saviano, il quale, essendo stato sempre in cattiva fede e avendo deciso di costruire un personaggio per il cui successo era pronto, così come si è dimostrato pronto, di sfuggire al dovere della ricerca della verità, si guardò bene dall’ascoltare anche l’altra campana, cioè la mia.

Siccome, al tempo, lui parlava ex catedra, prese Palmesano sotto la sua egida e costruì la calunniosa boiata che quel giornale, fatto di amore, di pulizia e di passione, anche quelli e quelle (basta con il canone dell’accordo a maschile sancito dalla grammatica, viva la grammatica delle pari opportunitò) che la signora Chiuchiolo condivise con il sottoscritto, fosse in realtà una sorta di cinghia di trasmissione della camorra e del clan dei Casalesi.

E attorno a questa pubblicai in prima pagina il famoso titolo su Don Diana, artatamente strumentalizzato, artatamente manipoalto in modo da considerare solo la letteralità del titolo, ma non le virgolette con cui era stato pubblicato, men che meno il sommario e il testo dell’articolo in cui si diceva chiaramente che quella frase, espressa da un camorrista, detta in un interrogatorio e verbalizzata in udienza pubblica, rappresentava proprio “il fango”.

E allora, se sono stato io a cacciare Palmesano per fare un piacere al boss Lubrano, il sottoscritto è stato chiamato, con furba attività, da quella pm della DDA, appartenente evidentemente al gruppo ultrà dei Saviano, come testimone dell’accusa?

Quella pm se la vide veramente nera quella mattina. Ma quel processo aveva un epilogo incorporato, non assolutamente costruito – a mio avviso e ad avviso di molti altri – attraverso le prove che quella pm della DDA era stata in grado di portare al suo interno, ma da un editto, antidemocratico e illiberale, emesso dell’imperatore Saviano che solo io in quel tempo (lo chieda alla signora Chiuchiolo, per capire chi le palle le ha o non le ha) osavo criticare, contestandogli il plagio di pezzi interi copiati dal giornale che dirigevo e articoli interi del nostro giornale gemello, il Cronache di Napoli, dal quale Saviano letteralmente saccheggiò con dei veri e propri copia e incolla gli articoli a firma del collega Simone Di Meo che, non a caso, ha vinto, trionfato quando i giudici civili hanno sentenziato che quello di Saviano fu un plagio senza sa e senza ma, condannando lui e la Mondadori al pagamento di un risarcimento. Un plagio che chi conosce le cose di gamorra, aveva subito notato leggendo le illuminatissime pagine di Gomorra.

Il giudice Maria Francica, bontà sua, considerò fondate le tesi del legale di Palmesano, l’avvocato Salvatore Piccolo, il cui intervento seguì con viso estasiato.

Cascella fu condannato ed era automatico che il testo della mia testimonianza dovesse essere poi trasmesso alla DDA in quanto sospettato di incubare il reato di falsa testimonianza, aggravato dall’articolo 7.

Sapete come fu accolto quel testo da magistrati più avveduti e meno coinvolti emotivamente rispetto a quelli del “commando ultrà Roberto Saviano”? Con una grassa risata, con giudizi che riconoscevano la fondatezza delle mie tesi e con un bel tiro da tre punti, con il cestino dei rifiuti che fungeva da canestro stile Palamaggiò.

MA LA CALUNNIA CONTINUO’ ANCHE GRAZIE ALLA BUONANIMA DI NADIA TOFFA

La coppia dei professionisti dell’anticamorra fece finta di niente e utilizzò la condanna di Cascella per avvalorare la frottola, ribaltando la verità, che io, non inquisito, non indagato, avessi cacciato Palmesano su pressioni che il Lubrano – cioè uno zoticone, un campagnolo al quale io non avrei rivolto comunque la parola, considerandolo un essere inferiore anche se fossi stato un plaudente estimatore del metodo mafioso – avrebbe fatto tramite Cascella nei miei confronti.

E in una mattinata come questa ne cantai quattro, se non otto, dalle colonne di questo giornale alla buonanima di Nadia Toffa la quale, umiliò la sua professione, consentendo dagli schermi di Italia Uno, in un programma-protesi de Le Iene, che i due sputassero a senso unico altre calunnie contro il sottoscritto, senza avvertire la necessità di contattarmi per far esprimere la mia versione. Roba alla Pinochet e degna della dittatura argentina.

Una circostanza che creò e ancora oggi crea una vulgata calunniosa, signora Pignetti, che le permette di utilizzare argomenti risibili, e da me confutati 100 volte in ogni sede, per difendersi dall’indifendibile.

Da un indifendibile come quello che illustriamo in un altro articolo di questa mattina che potete leggere CLICCANDO QUI.