MACRICO. La deriva consumistica e speculativa dell’area e la città che non vi si arrende
27 Giugno 2026 - 18:39
Caserta (pm) – Con la storiella del bisogno dei casertani dell’ intrattenimento e del verde, l’area del Macrico ha da tempo preso una piega consumistica e speculativa. Solo che, se i bisogni sono veri, la risposta della proprietà della superficie – oggi rinaturalizzata – e di chi le gira attorno è fallace e interessata, per quanto ammantata di un ecologismo e di un comunitarismo inventati e alimentati ad arte per giustificare un intrattenimento svagato e prettamente affaristico.

La volta scorsa, a fronte di una narrazione edulcorata di quanto si sta facendo nel terreno vescovile, abbiamo dato conto dell’esposto inviato alle autorità competenti da parte di un residente. Questi ha denunciato la “caciara” determinata dalle manifestazioni che vi si tengono da tempo e che, nei progetti, dovrebbero proseguire ancora a lungo.
Oggi riportiamo le considerazioni in proposito di Stefano Angelone, noto attivista ed esponente casertano di Pax Christi, il movimento cattolico internazionale per la pace. Le sue riflessioni prendono spunto da una visita che ha appena compiuto al Macrico, un’area che lui ricordava in un cero modo, del tutto diverso.
L’AMARA RIFLESSIONE DI STEFANO ANGELONE
L’Amazzonia nel centro di Caserta: cronaca di una visione tradita
C’è stato un tempo in cui entrare nel Macrico significava varcare la soglia di un mondo sospeso, un’utopia verde capace di sfidare le leggi stesse della città. L’ultima volta che vi avevo messo piede era stata una sera d’agosto, in occasione della proiezione del documentario “Il sale della Terra” su Sebastião Salgado. Fuori dalle mura, Caserta soffocava sotto una morsa di 40°C; oltre il muro, in quella sala cinematografica all’aperto, improvvisata, quasi pensai di andarmene per il freddo pungente generato dall’abbraccio fitto e umido della vegetazione. Quella sera, Salgado, le immagini dell’Amazzonia e la potenza di quel bosco spontaneo mi avevano fatto credere in una promessa non scritta: non stavamo assistendo alla nascita di un banale parco pubblico, ma alla miracolosa conservazione di un’Amazzonia nel cuore della nostra città. Una riserva di ossigeno e silenzio dove la natura si era ripresa, con forza, i propri spazi. Ieri sera sono tornato nel Macrico in bicicletta, insieme a molti amici, convinto di ritrovare quel respiro. Purtroppo, la realtà ha preso una direzione completamente diversa. La prima immagine che ci ha accolto è stata un colpo al cuore: una distesa di lampadine accese e chioschi commerciali. Non era l’ingresso in una foresta urbana; sembrava l’inaugurazione dell’ennesima fiera di paese, l’ennesimo spazio piegato alle logiche del consumo e dell’intrattenimento standardizzato. Cercando una traccia del passato, mi sono spinto verso la zona dove avevo assistito alla proiezione su Salgado. Ma la sala cinematografica immersa nella giungla non esisteva più: al suo posto, sotto gli alberi superstiti, era comparso un ampio parcheggio stipato di automobili. Proseguendo lungo il viale centrale del Macrico, lo sconcerto è diventato rassegnazione. Quello che doveva essere un sentiero naturale è oggi una striscia di asfalto: una vera e propria strada a due corsie, con tanto di linea bianca continua al centro e tratti tratteggiati che sembrano quasi invitare al sorpasso. Una segnaletica stradale nel bel mezzo di un polmone verde. Ma il vero “tuffo al cuore”, il momento di massima amarezza, l’ho vissuto quando, in sella alle nostre biciclette, siamo stati costretti ad accostarci sul margine destro della carreggiata. Abbiamo dovuto cedere il passo a una lunga e rumorosa fila di automobili che, con l’aggressività dei loro fari abbaglianti, spezzavano la poesia del buio e cancellavano i suoni del bosco. Di fronte al nostro sconcerto, un sussurro è giunto da chi ci stava accanto: “Sono le auto dello staff”. Una giustificazione che è crollata poco dopo, quando entrando nell’area della Caserma Sacchi abbiamo scoperto un numero impressionante di veicoli parcheggiati. Se quello è lo staff, la logistica ha decisamente preso il sopravvento sulla natura. Ho lasciato l’area del Macrico con una profonda amarezza interiore e un pensiero fisso. Per restituire questo luogo ai casertani non servivano fiere paesane, non serviva evidenziare l’asfalto né tantomeno deforestare per fare spazio alle auto. La natura aveva già fatto la parte più difficile: aveva fatto tutto da sola, stendendo il suo fitto manto verde per nascondere, silenziosamente, tutte le brutture e le ferite di cemento create in passato dall’uomo. Sarebbe bastato pochissimo: tracciare dei semplici sentieri in sicurezza, lasciando fuori i motori, i fari e il rumore. Solo così avremmo potuto godere appieno della nostra foresta amazzonica in città. Ieri sera, invece, ho assistito alla celebrazione di una visione tradita. Stefano Angelone
