ECONOMIA&TERRITORIO. TMA, la riscossa sulle ceneri della Jabil. Aniello Stellato: “Lavoriamo duro, produzione e vendite ok. Speriamo di anticipare di 6 mesi la fine della cassa integrazione”

27 Maggio 2026 - 18:42

L’intervista all’imprenditore casertano a cui il governo, attraverso Invitalia che ha sottoscritto il 45% delle quote, ha dato piena fiducia. L’impegno per la fine degli ammortizzatori sociali a rotazione era sui 36 mesi, ma Stellato spera di anticipare l’uscita. Tra i clienti più prestigiosi c’è l’azienda di Stato Leonardo

Siamo a circa otto mesi dal closing dell’operazione ex Jabil. Quando ci siamo sentiti l’ultima volta parlava di un piano industriale da 36 mesi per riportare progressivamente tutti al lavoro e ridurre gli ammortizzatori sociali. Siamo ancora nella prima fase del percorso: come stanno andando le cose?

Stanno andando bene, e lo dico guardando i numeri. Potremmo farcela in 30 mesi. Abbiamo già presentato in Cda i dati di questo primo periodo e sono migliorativi rispetto alle previsioni del piano industriale, soprattutto sul piano finanziario. Ovviamente il percorso è ancora lungo, però siamo soddisfatti della direzione che stiamo prendendo.

Il progetto è seguito con molta attenzione anche dalle istituzioni. Invitalia monitora costantemente l’operazione, ed è giusto che sia così, perché lo Stato ha deciso di credere in questa iniziativa e di sostenerla concretamente.

Va ricordato che il piano industriale è stato sottoposto a verifiche molto rigorose. Prima è intervenuta KPMG, che ha validato il nostro piano introducendo anche vincoli prudenziali. Successivamente Invitalia ha incaricato PwC e Mazars di effettuare una controverifica. Dopo oltre due anni e mezzo di controlli, verifiche e approfondimenti, il piano è stato approvato. Parliamo di un documento di circa 180 pagine che prevede crescita del fatturato e riduzione graduale della cassa integrazione nell’arco dei 36 mesi.

Lei non è un manager arrivato dall’alto. Ha costruito tutto partendo praticamente da zero.


Sì, assolutamente. Quando ho iniziato eravamo in due: io e un altro dipendente. Era il 2007. Io progettavo personalmente sistemi di collaudo elettronici. Siamo partiti così, facendo sacrifici enormi.

Oggi il gruppo conta circa 576 persone. Prima dell’acquisizione della ex Jabil eravamo poco meno di 190. Con TMA siamo arrivati vicino alle 600 unità. È una crescita enorme, ottenuta in 19 anni di lavoro.

La struttura è articolata: TME è la capogruppo, poi c’è TMA, la holding e le sedi estere. Abbiamo una sede negli Stati Uniti, una in Cina e una succursale in Thailandia. Ma tengo a precisare una cosa: all’estero non facciamo produzione. Noi vogliamo mantenere in Italia sia la progettazione sia la produzione. Le sedi estere servono per stare vicini ai clienti, fare assistenza tecnica e supporto operativo.

Quindi all’estero fate soprattutto supporto tecnico?


Esatto. Noi produciamo sistemi di collaudo e apparati elettronici che vendiamo in tutto il mondo. Abbiamo centinaia di macchine installate presso clienti internazionali. Per questo serve una presenza locale.

In Cina, per esempio, siamo a Xiamen. Negli Stati Uniti siamo in Georgia. Lì abbiamo piccoli team con ingegneri locali, magazzini e strutture di assistenza. Il know-how però resta italiano. Oggi, grazie alla connettività, riusciamo a fare tantissime attività anche da remoto perché le nostre macchine sono intelligenti e interconnesse.

Che tipo di azienda è oggi il gruppo?


Noi facciamo elettronica avanzata. Produciamo schede elettroniche, sistemi elettronici complessi e sistemi di collaudo destinati a grandi gruppi industriali. Operiamo nel ferroviario, nella difesa, nell’energia, nell’automazione industriale.

La nostra forza è che non facciamo solo produzione. Noi facciamo anche ingegneria. È questo che ha fatto la differenza anche nell’operazione ex Jabil.

In che senso?


Quando Jabil decise di lasciare il sito, c’erano quattro aziende interessate all’acquisizione. Hanno scelto noi perché avevamo una caratteristica precisa: unire produzione e ingegneria.

Noi non siamo semplicemente un’azienda che assembla schede elettroniche. Noi progettiamo, sviluppiamo, collaudiamo e seguiamo il cliente lungo tutta la filiera. Questo valore aggiunto ha convinto gli americani.

I clienti oggi vogliono questo: un partner che sappia risolvere problemi complessi, non solo produrre componenti.

E infatti state già portando nuovi clienti dentro TMA.


Sì. Il piano industriale si basa non soltanto sui clienti storici dell’ex Jabil ma soprattutto sul trasferimento di nuove commesse da TME verso TMA.

Stiamo lavorando con Leonardo, Hitachi, ABB e presto anche con altri gruppi importanti. Per Leonardo realizziamo elettronica legata alla difesa, ai radar e ai sistemi avionici. Per Hitachi lavoriamo nel ferroviario: elettronica di bordo treno e sistemi di segnalamento.

Sono prodotti molto sofisticati, che richiedono competenze elevate e processi industriali molto rigorosi.

La formazione era uno dei punti chiave del piano industriale. Come sta procedendo?


Sta andando molto bene. Abbiamo creato percorsi di training specifici sui nuovi prodotti e sulle nuove linee.

La formazione avviene in due modi: o attraverso tecnici TME che già lavorano su quelle tecnologie oppure direttamente attraverso i clienti. Leonardo, per esempio, viene in azienda a formare il personale sui prodotti destinati alla difesa.

La cosa più importante è la risposta delle persone: c’è grande voglia di lavorare, entusiasmo e richiesta di maggiore coinvolgimento. È un segnale molto positivo.

E il clima interno com’è?


Nel complesso positivo. Credo che stiamo ricostruendo un clima industriale che in quel sito mancava da molti anni.

Con i sindacati abbiamo un confronto continuo. Parliamo quotidianamente con Cgil, Cisl, Uil e Fismic. Il dialogo è costante e concreto: si discute di carichi di lavoro, riduzione della cassa integrazione e prospettive industriali.

Esistono anche posizioni più conflittuali e ideologiche, ma io ho bisogno di persone che vogliano costruire e non alimentare tensioni continue. Un’azienda ha bisogno di serenità, rispetto reciproco e collaborazione.

Lei spesso dice di sentirsi ancora un lavoratore.


Perché lo sono davvero. Sono figlio di un meccanico e sono stato assunto come dipendente in quello stabilimento. Studiavo mentre lavoravo e ricordo ancora il mio primo stipendio.

So perfettamente cosa significhi avere una famiglia, delle responsabilità e attendere il salario a fine mese. Per questo ho grande rispetto per chi lavora seriamente.

Ma allo stesso tempo un imprenditore deve guardare ai numeri con realismo. I numeri non mentono: per salvare un’azienda e costruire futuro serve concretezza.

Lei oggi è anche vicepresidente di Confindustria Caserta ed è entrato in Assodel. Quanto conta questa dimensione associativa?


Conta moltissimo. Credo che l’Italia debba riportare l’elettronica strategica dentro i propri confini, o comunque dentro l’Europa.

L’elettronica oggi è il cervello di tutto: difesa, energia, automotive, ferroviario. Non possiamo dipendere totalmente da Paesi esterni per tecnologie così delicate.

Faccio spesso un esempio: una scheda elettronica può contenere componenti o firmware in grado di creare problemi a distanza di tempo. Parliamo di sicurezza nazionale.

Per questo ritengo che l’elettronica sia un comparto strategico e che vada ricostruita una filiera europea forte e autonoma.

Quali saranno i settori trainanti nei prossimi anni?


Sicuramente l’energia. Energia ed elettronica saranno sempre più integrate.

Pensiamo ai sistemi di accumulo energetico, alle grid intelligenti, alle batterie industriali: tutto richiede una quantità enorme di elettronica di controllo.

Le batterie accumulano energia, ma serve un “cervello” elettronico che gestisca distribuzione, sicurezza e ottimizzazione. È lì che vedremo la crescita maggiore.

Quindi il futuro passa sempre di più dall’elettronica.


Assolutamente sì. E dobbiamo essere pronti.

La Cina oggi corre velocissima: tra idea e industrializzazione passano pochi mesi, in Europa spesso anni.

Per questo dobbiamo investire su competenze, giovani e capacità industriale. Dobbiamo riportare l’elettronica in Italia.

Alla fine questa operazione quanto ha avuto anche una componente emotiva e territoriale?


Tantissima. Sono nato professionalmente in quel sito e tornarci da imprenditore ha avuto un valore enorme.

Ma non è stata solo una scelta emotiva: è stata anche una scelta industriale. Qui esiste ancora un patrimonio importante di competenze e know-how.

Caserta negli anni Ottanta e Novanta era un riferimento dell’elettronica italiana. Credo possa tornare ad esserlo.

Il mio obiettivo è costruire industria vera, creare occupazione qualificata e riportare valore su questo territorio: non solo economico, ma anche sociale.