MAURIZIO CAPOLUONGO, Nicola Schiavone “monaciello” e la giostra degli avvocati: “Facci parlare allo “zio” se no Fariello ti fa come il torrone”

25 Giugno 2022 - 20:27

L’imprenditore, oggi a piede libero, che secondo i racconti del pentito Nicola Panaro sarebbe stato addirittura un killer al servizio di Antonio Bardellino, è ancora centrale nello stralcio dell’ordinanza, che pubblichiamo in calce, sugli appalti Rfi. Si tratta di serrate conversazioni carcerarie con i suoi familiari tra mugugni nei confronti di qualche legale e spasmodiche, ripetute richieste perché “il professore”, che già in passato “monaciello” aveva messo a disposizione del suo figlioccio Nicola Schiavone junior e di Giuseppina Nappa, prendesse le redini della difesa.

 

 

SAN CIPRIANO D’AVERSA (g.g.) E’ marcata la presenza di Maurizio Capoluongo nell’ordinanza riguardante gli appalti aggiudicati dall’azienda di Stato Rete ferroviaria italiana alle imprese collegate al 68enne Nicola Schiavone, detto “monaciello”, che ha iniziato la sua carriera di imprenditore insieme a Francesco Schiavone Sandokan, il quale ha sempre sostenuto, parimenti ai suoi congiunti, che la fortuna milionaria del citato Nicola Schiavone, ma anche del fratello Vincenzo Schiavone, sia stata frutto solo ed esclusivamente dell’aiuto e del sostegno suo e del clan dei Casalesi.

Nel nostro ultimo articolo (clikka e leggi) sono venute fuori delle dichiarazioni molto interessanti del pentito Nicola Panaro sul curriculum criminale di Maurizio Capoluongo. Ma in questo articolo cercheremo, come si diceva, di capire il motivo per cui colui che fu camorrista, addirittura killer secondo il racconto di Panaro, prima di diventare imprenditore grazie al via libera datogli proprio da Sandokan, che non lo associò alla sorte di morte o di esilio che aveva invece, assegnato a tutti gli altri esponenti del clan di Antonio Bardellino, diventa centrale in alcune ricostruzioni in un’ordinanza che, tutto sommato, non lo riguarda direttamente. Lo capiamo meglio in questa ulteriore porzione dell’atto giudiziario, i cui stralci pubblichiamo integralmente in calce all’articolo. Si tratta di una serie di incontri carcerari tra Maurizio Capoluongo, nel penitenziario di Ascoli in cui si trovava recluso, con i suoi congiunti, con i figli e con il fratello Stefano, soprattutto. Si parla quasi esclusivamente di avvocati e di come sviluppare le strategie difensive del Capoluongo.

Abbiamo capito, da quello che abbiamo letto, che questi non era soddisfatto degli avvocati che lo avevano difeso fino al 2015, soprattutto di Giovanni Cantelli che, al contrario, noi riteniamo un fior di avvocato e che forse non si prendeva con la mentalità del Capoluongo. E’ tutto un parlare, durante i colloqui carcerari, su quello che viene definito “il professore” che, poi, non è altro che Giovanni Esposito Fariello, notissimo penalista partenopeo, storico avvocato di Nicola Schiavone senior “monaciello”, che quest’ultimo mette a disposizione, così come abbiamo scritto in un paio delle nostre precedenti puntate, sia di Nicola Schiavone junior, cioè del figlio di Sandokan, suo figlioccio di battesimo, sia della stessa Giuseppina Nappa, moglie del capo dei Casalesi. Mette a disposizione significa che lo pagava lui. Ora, Maurizio Capoluongo non pretende ciò, da colui che chiama “lo zio”, ma insiste e pressa soprattutto suo fratello Stefano affinché si rechi da Giovanni Esposito Fariello, perché assuma la sua difesa, ma solo dopo averne parlato con Nicola Schiavone “lo zio”.

E si capisce pure il perché. Si capisce dalla seguente frase: “Facciamo un po’ la faccia tosta, non fa niente. sempre i patti prima Stefano, perché se no Fariello ti fa come il torrone… a me quindici anni mi ha distutto cioè…”. Come si può leggere dallo stralcio dell’ordinanza contenente questo dialogo, è difficile interpretare l’ultima parte della frase. Non si capisce cioè, se Giovanni Esposito Fariello fosse stato già avvocato di Maurizio Capoluongo che, dunque, ne aveva saggiato le salatissime parcelle, o se invece, l’imprenditore di San Cipriano si riferisse a qualcun altro.

Lo vuole fortemente, però, al suo fianco. Sa che aveva avuto qualche screzio professionale con l’avvocato Emilio Martino, anche lui suo legale. E al fratello Stefano, dunque, raccomanda di trovare il modo affinché si vada a determinare una efficace compatibilità tra i due professionisti. Il resto, cioè il contenimento della parcella, si ha la sensazione che lo debba fare proprio Nicola Schiavone “monaciello”. Questo si capisce perché, come potrete leggere in calce, sono pochi i passaggi delle conversazioni carcerarie registrate in cui Maurizio Capoluongo non raccomandi, quasi spasmodicamente, ripetendolo a mo’ di cantilena, lo stesso concetto, la stessa necessità di andare a parlare con Nicola Schiavone senior prima di recarsi allo studio di Giovanni Esposito Fariello.