LA DOMENICA DI DON GALEONE. La parabola del Buon Samaritano attuale da sempre e per sempre: conta la misericordia, non i riti se questi non…

14 Luglio 2019 - 11:50

Prima lettura: Questa parola è molto vicina a te, perché tu la metta in pratica (Dt 30, 10). Seconda lettura: Per mezzo di Cristo e in vista di lui tutte le cose sono state create (Col 1, 15). Terza lettura: Chi è il mio prossimo? (Lc 10, 25.)

1) La parabola del buon samaritano è certamente uno dei testi più sorprendenti e significativi del Nuovo Testamento. Cosa Gesù ha voluto evidenziare nel raccontare questa breve storia? In una strada solitaria un uomo viene picchiato, derubato da alcuni banditi e lasciato mezzo morto (ἡμιθανῆ). Capita che per quel luogo di violenza passano in successione tre viandanti, che si rendono conto perfettamente della situazione. Però dei tre passanti due di loro fanno una deviazione e continuano il loro cammino, mentre il terzo, quando vede quello che succede, si avvicina subito al moribondo e si prende cura di lui. Ma questo non è tutto. La cosa più sorprendente della storia è che coloro che passano oltre sono gli uomini della religione. Mentre chi assiste il moribondo è un samaritano, cioè un uomo sacrilego (Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, XVIII, 2,2). Questa è la storia raccontata da Gesù per spiegare chi è il prossimo che dobbiamo amare sempre. Detto ciò, cosa vuole insegnare la parabola in sé? È forte, ma bisogna dirlo: la fedele osservanza dei riti religiosi provoca un effetto devastante; detto più chiaramente: la religione può vanificare il Vangelo. L’osservanza dei riti tranquillizza le coscienze. La misericordia, la bontà e l’aspirazione alla giustizia ci complicano la vita e ci creano problemi. Questo non spiega le molte contraddizioni nella quali vive sprofondata tanta gente di Chiesa?

2) Gesù insegna che ci sono due modelli di etica: a) l’etica dell’osservanza religiosa (quella del sacerdote e del levita); b) l’etica della prossimità umana (quella del samaritano). La parabola, quindi, non si limita a un teorico Vogliamoci bene! Possiamo provocare indicibili sofferenze al prossimo, e sentirci tranquilli davanti a Dio. In questo consiste il pericolo più grande per le religioni e per le persone religiose. Cristo non si occupa di ortodossia, cioè di verità da contemplare, ma di ortoprassia, cioè di verità da fare. Parole contraddittorie, per noi male-educati all’intellettualismo etico. Non è forse vero che la verità si pensa e riguarda la sfera dianoetica? Per Cristo, invece, si conosce la verità facendo la verità. Quello che Gesù sta mettendo in questione è una faccenda molto seria: quando c’è conflitto tra la legge divina e il bene dell’uomo, cosa si fa? Il sacerdote non ha dubbi: viene prima la legge divina e poi il bene dell’uomo. Per Gesù è vero il contrario!

3) Non voglio ridurre quest’episodio a un pezzo edificante nel senso più banale del termine (elemosina, beneficenza), ma farne una lettura scomoda. È il racconto più anticlericale di tutto il Vangelo. A volte sosteniamo che l’amore è impossibile, la generosità è utopia, fermarsi per aiutare è un rischio … questa pagina di Luca ci insegna che non sempre l’uomo è un lupo per l’altro uomo! Non voglio spiegare la parabola punto per punto. Ciò che importa è ren­dersi conto che la parabola non intende condannare i banditi che rubarono e bastonarono lo sconosciuto viandante. Si dà per scontato che tali individui siano dei criminali. È evidente che Gesù non ci ha raccontato questa parabola per denunciare la violenza dei banditi. A giudizio di Gesù il pericolo sta in coloro che si considerano osservanti. Questo denuncia la parabola quando dice che un sacerdote scendeva per quella medesima strada e vedendo il moribondo passò oltre (Lc 10,31). Esattamente ciò che fece in seguito un chierico che passava da lì (Lc 10,32). Se Gesù, nel raccontare questa storia, ha posto come esempi d’indifferenza di fronte alla sofferenza due professionisti della religione, ciò non può essere casuale. Questo significa che per Gesù i sacerdoti e i chierici sono persone peggiori dei comuni mortali? Difficile rispondere. Gesù ha voluto mettere in chiaro il contrasto tra un sacerdote e un samaritano. Il sacerdote era l’osservante dei doveri religiosi, mentre il samarita­no era l’eretico, l’inosservante in fatto di religione. Ebbene, in questo sta il nocciolo della questione. L’osservante non ebbe sensibilità di fronte alla sofferen­za, mentre all’inosservante gli si commossero le viscere (Lc 10,34). Luca usa il verbo  ἐσπλαγχνίσθη, il cui significato si comprende tenendo conto che questo verbo si costruisce a partire dal so­stantivo σπλάγχνον, che al plurale indica gli organi interni, le viscere, dell’uomo e dell’animale. Non è raro che i traduttori, quando incontrano questo verbo, lo tra­ducano con avere misericordia, avere compassione, dispiacersi. Tutto ciò è vero, ma solo in parte: σπλαγχνίζομαι significa letteralmente sentire muoversi le proprie viscere. Corrisponde all’ebraico רֶחֶם utero, al plurale רַחֲמִים misericordia, tenerezza, commozione. Esprime, pertanto, una reazione viscerale. Risulta evidente che la chiave del comportamento etico non è l’osservanza reli­giosa, ma la sensibilità umana di fronte alla sofferenza; la religiosità e la buona condotta possono trasformarsi nel più raffinato egoismo. Un egoismo, per di più, del quale l’individuo non è mai cosciente. Risulta evidente che la chiave del comportamento etico non è l’osservanza reli­giosa, ma la sensibilità umana di fronte alla sofferenza; la religiosità e la buona condotta possono trasformarsi nel più raffinato egoismo. Un egoismo, per di più, del quale l’individuo non è mai  cosciente.

4) Cerchiamo di sottolineare qualche espressione del Vangelo:

Un dottore della Legge, l’esperto della vecchia religione, presenta una domanda teorica; egli pretende un elenco preciso delle persone da amare, una lista dei poveri, delle famiglie bisognose, l’indirizzo sicuro degli individui cui può aprire, senza troppi rischi. Gesù non si lascia invischiare nel dibattito accademico, evita la ragnatela delle precisazioni. Non presenta una tesi, ma un fatto concreto. E costringe l’interlocutore a scegliere non una teoria, una teologia, ma un atteggiamento virtuoso, un comportamento etico. Nella nuova religione è più importante il fare che il sapere. È sconfitta ogni forma di intellettualismo etico. Il problema fondamentale del cristiano non è quello di sapere chi è il suo prossimo, ma di farsi prossimo.

Anzitutto colpisce la ripetizione del pronome indefinito uno: un dottore della legge, un uomo, un sacerdote, un levìta, un samaritano … Cioè: siamo tutti coinvolti! Non c’è tempo per domandarsi: dove sono i politici, le persone di chiesa, i magistrati, le forze dell’ordine? Perché Dio non interviene? Dio interviene sempre, ma lo fa attraverso ognuno di noi, perché Dio non ha mani, ha solo le nostre mani per continuare a salvare e guarire anche oggi (M. Pomilio, Il quinto evangelio).

Un uomo scendeva da Ierushalàim a Gerico: un dislivello di 800 metri sul livello del mare, un percorso pericoloso. Ventisette chilometri di una strada che si tuffa in discesa, in mezzo al deserto. Un ambiente ideale per incontri spiacevoli: è la strada del sangue. Ma le strade sono pericolose non per la presenza di malfattori ma per l’assenza di benefattori. Non sono i briganti a rendere pericolosa la strada ma l’indifferenza dei buoni.

Un sacerdote scendevaanche un levita scendeva: è importante l’indicazione che stavano scendendo. Ierushalàim: la città dov’era situato il tempio; Gerico: la città-residenza dei sacerdoti. I sacerdoti e i leviti salivano a Ierushalàim una settimana per offrire il loro servizio; quindi sacerdote e levita non stanno salendo a Ierushalàim ma scendendo, dopo avere servito nel tempio; si allontanavano dalla Città di Dio, dal tempio, dalla preghiera. Osservazione importante: sono stati a contatto con Dio per una settimana intera (proprio come noi!); sacerdote e levita, nel tempio, hanno compiuto tutte le cerimonie, secondo le rubriche. Ma Dio li aspettava sulla strada degli uomini. Vien voglia di rincorrerli e domandare: Perché non vi siete fermati? Non avete visto quel poveraccio? L’hanno visto, certamente, ma avevano valide ragioni per non fermarsi: davanti a Dio, però, ha ragione solo chi sa fermarsi.

Un samaritano: è il diverso, l’eretico, lo scomunicato per eccellenza, rappresenta lo stolto popolo che abita in Sichem, come è scritto senza troppi complimenti nell’AT (Sir 50,26). I samaritani erano i nemici per antonomasia. Oggi diremmo: un palestinese ed un israeliano! Ogni volta che s’incontravano, ci scappava il morto. Il samaritano sta compiendo il viaggio contrario: sta salendo dal peccato alla grazia, dalla città degli infedeli alla santa Ierushalàim! Lui, il samaritano, il rinnegato, lo scomunicato, ha saputo trovare immediatamente il gesto esatto. Notare l’accumulo dei verbi e l’affettuosa attenzione con cui si prende cura di un uomo che neppure conosce. Luca mette in fila dieci verbi per descrivere l’amore: lo vide, si mosse a pietà, si avvicinò, scese, versò, fasciò, caricò, lo portò, si prese cura, fino al decimo verbo: al mio ritorno salderò tutto. Questo è il nuovo decalogo, i nuovi dieci comandamenti per tutti, perché la terra sia abitata da prossimi e non da avversari. BUONA VITA!

Ecco il nuovo decalogo: 1. Lo vide… 2. ne ebbe compassione… 3. gli andò vicino… 4. versò olio e vino… 5. lo fasciò… 6. lo caricò sul suo asino… 7. lo portò in una locanda… 8. tirò fuori due monete d’argento… 9. le diede al padrone… 10. se spenderai di più, ti pagherò quando ritorno.