LA NOTA. Fiamme, camorra e diossina. Le gravi responsabilità del sindaco di Teano Giovanni Scoglio e dell’amministrazione provinciale
31 Agosto 2025 - 12:02

Sono stati nominati in un pool di custodi giudiziari, in occasione del sequestro operato nel maggio scorso dal Pm Camerlingo della procura della Repubblica di Santa Maria, del capannone di contrada Palmieri colmo di tonnellate e tonnellate di rifiuti poi incendiati e trasformati in diossina il 16 agosto pomeriggio. La procura, attivatasi dopo l’ennesima denuncia del proprietario defraudato, l’imprenditore di Caiazzo, Salvatore Di Palma, aveva raccomandato una particolare attenzione nella sorveglianza e nelle azioni di prevenzione, allo scopo di evitare incendi. Ora Scoglio, che era perfettamente a conoscenza di un’ordinanza di rimozione immediata (sic!) firmata dal sindaco D’Andrea nel 2020, non può far finta di scendere dal pero, affidandosi all’improbabile difesa del suo compare politico Giovanni Zannini, da un lustro inutile presiedere della commissione Ambiente e Rifiuti del Consiglio regionale. La legge non ammette ignoranza.
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TEANO (g.g.) – Avevamo promesso un ritorno sulla vicenda, autenticamente sconcertante, sul rogo del 16 agosto, a nostro avviso il più grave verificatosi a Caserta e provincia negli ultimi 20 anni, che ha incenerito tonnellate di rifiuti illegalmente stoccati – illegalmente, ripetiamo – ma soprattutto ha definitivamente ammazzato un diritto costituzionale, quello di un legittimo e legale proprietario che, nel 2015, acquistò per poco più 250 mila euro situato a Teano, in contrada Palmieri, più vicina al comune di Riardo che a quello di cui fa parte, vicinissima in linea d’aria alle fonti e allo stabilimento della Ferrarelle.
Una sconfitta per tutti. All’imprenditore Salvatore Di Palma, che nel 2015 acquistò, pagando 250 mila euro, l’area prima occupata dai rifiuti stoccati dall’imprenditore Antonio Napolano, poi distrutta nell’incendio del 16 agosto, chi risarcirà i soldi pagati per acquistare un immobile di cui, di fatto, non è stato mai proprietario?
Chi lo risarcirà per i tanti quattrini che in questi anni ha speso per avvocati, documenti, tempo utilizzato, anche a svolgere, incredibilmente, la parte dell’imputato perché questo Napolano, che i soldi probabilmente li ha fatti così come abbiamo spiegato, ha avuto e ha la possibilità di utilizzare di utilizzare fior di avvocati, ha avuto la possibilità di costruire un rapporto quasi idilliaco con la famosa IVG, che sta per Istituto Vendite Giudiziarie, società che si è mossa con sagacia, furbizia, dando sempre una parvenza di ineccepibilità all’esercizio delle proprie funzioni di custode, ma che di fatto è stata il principale ostacolo affinché un cittadino italiano, in quello che dovrebbe essere uno Stato di diritto, non ha potuto esercitarlo questo diritto, tra i più “laicamente sacri” previsti nella Costituzione.
CasertaCe è venuto a conoscenza della storia di questo capannone, distrutto dal terribile rogo del 16 agosto al capannone di Teano, usato illegalmente dalla società Campania Energia come stoccaggio rifiuti, dall’aprile scorso. Le nostre ristrette risorse non ci avevano permesso di raccontarla fino ad oggi. E dunque, nel momento in cui abbiamo visto le fiamme altissime levarsi dal capannone di Salvatore Di Palma un po’ ci è dispiaciuto.
Eh già, perché in Italia può capitare che ad un legittimo proprietario non possa essere consentito per dieci anni di metterci neppure piede all’interno di una cosa che gli appartiene per diritto. E allora c’è qualcosa che non ha funzionato – e purtroppo capita troppo spesso – nell’erogazione del diritto da parte del tribunale di Santa Maria Capua Vetere.
L’altro giorno – clicca e leggi – abbiamo evidenziato il buon lavoro svolto dalla Procura nel 2021, dalla pm Marina Mannu che nel 2019 aveva compreso bene la delicatezza di questi fatti. Purtroppo, già il giudice per le indagini preliminari, Alessandra Grammatica, non ha avuto percezione della serietà della situazione che vedeva quale negatore di fatto del diritto di Salvatore Di Palma un tal Antonio Napolano, da Marano di Napoli, che in quella zona aveva operato come distributore ortofrutticolo e vi aveva operato male nella sua funzione di imprenditore, se è vero come è vero che quel capannone era finito all’asta proprio come struttura immobiliare di garanzia per i diritti dei creditori.
Il fatto è che Napolano ha alleggerito i crediti della società intestata alla moglie anche grazie ai 250 mila euro pagati da Salvatore Di Palma e, come fanno certi soggetti che, bocca nostra…, ha continuato ad utilizzare, come se quel capannone fosse suo, fino alla data del 16 agosto 2025, come se niente fosse successo, come se non ci fosse stata una procedura esecutiva, come se la società colma di debiti che questa procedura aveva reso necessaria fosse invece in perfetta forma e in perfetta regolarità economico-contabile.
Solo nell’ultimo periodo, in coincidenza anche con qualche cambiamento, con una modifica importante, intervenuta ai vertici dell’ufficio inquirente di Santa Maria Capua Vetere, con l’avvento del nuovo procuratore, Pierpaolo Bruni, si è assistito ad un cambio di passo. E per una volta l’ennesima denuncia presentata da un ormai spossato Di Palma ha prodotto qualcosa.
Infatti, il sequestro del maggio scorso ha modificato la struttura della custodia giudiziale: non solo la IVG, la quale è rimasta, si sono affiancati diversi componenti della famiglia Napolano, più persone in quanto, da buon imprenditore di un certo tipo, questo qua ha creato un dedalo di società, al vertice delle quali ha posizionato diversi familiari come legali rappresentanti. Napolano nella squadra dei custodi giudiziari pur non essendo proprietario per due motivi: forse perché sono stati i gestori di un capannone non più loro da un decennio, ma che la malagiustizia italiana ha consentito, ripetiamo, di fatto, che lo risultassero ancora ed essendo stati gestori in prima linea, non è improbabile che sarà stato questo il motivo di quella che è stata un’anomala rosa di custodi. Dall’altra parte perché ancora proprietario di 1/4 dell’area, ovvero un compendio che insieme ad altri aveva accolto l’attività ortofrutticola, prima che, nel 2009, Napolano si convertisse dalla percoca alla monnezza.
Ma la presenza più qualificata all’interno del gruppo dei custodi era quella delle istituzioni. Era quella dell’amministrazione provinciale di Caserta e del comune di Teano, nella persona – perché anche gli enti pubblici hanno un legale rappresentante – del sindaco Giovanni Scoglio.
Ora, non vogliamo farvi allungare la barba, pubblicando nell’articolo quanto la legge prevede come obblighi in capo ai custodi giudiziari. Tra le prescrizioni della magistratura, non poteva non esserci quella relativa ad una particolare attenzione da riporre sui pericoli di incendio riguardante un ingentissima quantità di rifiuti che, badate bene, erano noti per la loro quantità visivamente verificabile, ma non noti certo per i contenuti di quelle balle che oggi non si possono più verificare proprio a causa dell’incendio spaventoso del 16 agosto che ha fatto aumentare in maniera preoccupante i livelli di diossina nell’area e in tutta la zona prospiciente a quel capannone incenerito.
Per carità, non vogliamo agitare sospetti. Ma la storia di questa provincia è ricca di episodi in cui malavite assortite hanno accumulato centinaia di milioni di euro, sversando abusivamente rifiuti tossici, più o meno pericolosi, ricevuti da aziende del nord, del centro, del sud che, grazie a questa disponibilità criminale, hanno risparmiato fior di quattrini, alleggerendo non di poco la configurazione dei costi dei loro bilanci.
Tutti i custodi giudiziari sono responsabili davanti alla legge. Non abbiamo letto il documento con le prescrizioni legate al sequestro del maggio scorso e quindi non sappiamo se la procura, avendo di fronte due importanti istituzioni, abbia riservato loro particolari raccomandazioni. Certo è che un sindaco come quello di Teano, che il giorno successivo all’incendio sembrava sceso dal pero e quasi quasi diceva di non sapere nulla, neppure di essere il co-custode giudiziario del capannone distrutto che ha riempito di diossina il suo territorio, non è un amministratore responsabile.
Il sindaco Scoglio sapeva dell’esistenza di un’ordinanza, mai revocata, emessa nel 2020 dall’allora primo cittadino Alfredo D’Andrea. Eppure, ha dato l’idea di non sapere nulla, perché non ne ha parlato, non l’ha affrontato l’argomento, come invece facciamo noi, per la prima volta, dopo averla appresa nell’aprile scorso. Eppure si trattava di un documento che aveva fatto discutere, tanto da finire nelle aule di tribunale, visto che mister Napolano, trovandosi di fronte ad un ordine di rimozione immediata dei rifiuti posti nel capannone, l’aveva impugnata davanti al Tar, perdendo miseramente.
Il signor Scoglio e la sua amministrazione comunale non si sono nemmeno costituiti. Fatto gravissimo, in quanto davanti al Tar Campania la città di Teano era il convenuto al cospetto dell’attore, Antonio Napolano. E menomale che davanti ai giudici amministrativi, quale parte interessata, che più interessata non si poteva, è andato Salvatore Di Palma, il quale ha convinto i giudici di piazza Castello a respingere il ricorso di Napolano.
Emerge, dunque, secondo noi, una responsabilità chiara, soprattutto da parte delle istituzioni, soprattutto da parte dell’amministrazione provinciale di Caserta, con i vari presidenti e facenti funzione avvicendatisi in questi mesi, e del comune di Teano. Parliamo di gente accasata, a nostro avviso non per combinazione, alla stessa famiglia politica, quella del presidente del Commissione Ambiente e Rifiuti della regione Campania, il consigliere regionale di Mondragone, Giovanni Zannini.