LA NOTA. IL NUOVO STADIO DELLA CASERTANA. Nessun “No” a prescindere, ma vi spieghiamo perché questa idea non ci convince per nulla

29 Maggio 2020 - 18:06

E’ una questione di causa ed effetto: l’Atalanta arriva prima in Champions e poi costruisce il nuovo impianto, il Frosinone progetta e realizza una squadra da Serie A e successivamente fa nascere il nuovo “Benito Stirpe”

CASERTA (g.g.) – Non possiamo non affrontare laicamente, perché noi di CasertaCe diamo giudizi e non abbiamo mai avuto pregiudizi verso chi che sia, il progetto del nuovo stadio che ha preso le mosse da una delibera di giunta, la numero 53 del 26 maggio. Conoscere per deliberare, conoscere per valutare, conoscere per esprimere un giudizio articolato e soprattutto motivato.

Recita l’oggetto dell’appena citata delibera: RISTRUTTURAZIONE CON DEMOLIZIONE E RICOSTRUZIONE DELLO STADIO DI CASERTA “ALBERTO PINTO”. DICHIARAZIONE DI PUBBLICO INTERESSE. PROPOSTA AL CONSIGLIO COMUNALE.

Per capirci, una roba simile a quella fatta con vecchio Sant’Elia di Cagliari, che tanto vecchio non era, poiché datato primi ani 70′, successivo allo storico Scudetto di Gigi Riva e compagni, conquistato al glorioso Amsicora. Oppure, per ricorrere ad un caso ugualmente importante, con il nuovo Dacia Arena, nato sulle macerie demolite dello stadio Friuli di Udine. Non a caso, l’idea è mutuata, come scritto nei giorni scorsi, dal vecchio Matusa di Frosinone, divenuto oggi il moderno Benito Stirpe. Ciò che accade in questi giorni è un’elaborazione delle idee che l’attuale presidente dei Falchetti D’Agostino aveva espresso nell’autunno scorso. L’obiettivo è quello di fare a Caserta ciò che è stato fatto a Frosinone. Attenzione, però, nel capoluogo della Ciociaria, il progetto sportivo, cioè la costruzione di una squadra tesa stabilmente a ricercare un posto nella massima serie e comunque mai più,almeno fino a quando ci sarà l’attuale proprietà, in pericolo di tornare in quella Serie C che ha connotato quasi interamente la propria storia, è stato causa e non effetto del progetto stadio. La famiglia Stirpe non ha costruito squadre con le figurine dell’album Panini, mettendo insieme dei nomi purché fossero, senza dotarli di una guida tecnica all’altezza e di una gestione societaria autenticamente manageriale. Gli Stirpe hanno prima riscaldato la piazza, collocando la squadra costantemente ai vertici della classifica di Serie B e per ben due volte in Serie A. Quando hanno avuto la certezza che gente come Cristiano Ronaldo e Gonzalo Higuain avrebbe solcato l’erba ciociara, mica gli potevano far trovare il vecchio Matusa, dove il sottoscritto trasmetteva i suoi articoli all’inizio degli anni 90′, con l’ombrello in mano anche nella coperta, si fa per dire, sala stampa. Sull’idea della Serie A, sull’idea delle grandi firme, si è creata una condizione che ha reso il business plan credibile, serio. Poi, le cose possono andare in maniera diversa, nel senso che non è matematico che lo stadio, e tutto ciò che è attorno ad uno stadio moderno ruota, ti compensi i costi o addirittura ti faccia guadagnare, però, se il Frosinone manterrà la seconda posizione che attualmente occupa, la città, oggi palpiterà alla tv per colpa del coronavirus, ma ad ottobre, magari in vista di un Frosinone vs. Juventus, affollerà gli store, ristoranti e tutto quello che reca il marchio Frosinone, addensando intorno a questo brand interessi che vanno molto al di là della città capoluogo, abbracciando l’intera provincia laziale e anche qualcosa in più.

A Caserta, invece, si è reduci da due campionati fallimentari. Attenzione: l’ultima volta che la Casertana ha lottato per vincere il campionato è stato quando la società era nelle mani della coppia Lombardi-Corvino, che giusto per dire, citiamo un solo giocatore per tutti, hanno fatto giocare Mancosu a Caserta, cioè uno che oggi sa fare anche la differenza, soprattutto su punizione (come hanno potuto constatare sulla loro pelle i tifosi del Napoli al San Paolo), in Serie A in quel di Lecce. E comunque, quella Casertana che chiuse il girone d’andata con 5 punti di vantaggio sulla seconda e dunque con una prospettiva concreta di conquista della Serie B, richiamava allo stadio 4 mila spettatori, di cui duemila erano portoghesi, cioè entravano con biglietti di favore eccetera. Insomma, ci siamo capiti, in puro casertan style.

Ora, se per il coronavirus, il comune di Caserta dovesse avere dei finanziamenti a fondo perduto, cioè senza gravare  con ulteriori altri costi il suo disastrato bilancio, va bene, meglio uno stadio nuovo che uno obsoleto, valutando, però, che la gestione e la manutenzione di un impianto moderno ha delle necessità molto superiori a quelle collegate ad uno stadio vecchio. Esigenze che, in sede di definizione di un rapporto tra pubblico e privato, vanno stabilite bene per evitare disastri successivi alle finanze comunali o un invecchiamento precoce del nuovo stadio. Ma se il comune deve spendere un euro, con due dissesti, con una valanga di ulteriori debiti contratti, ultimo della serie quello riguardante la rinegoziazione del mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti, di tutto ha bisogno Caserta, a partire da una riqualificazione totale delle strade e delle periferie, di una mobilità cittadina almeno passabile, eccetto che di uno stadio.

La Casertana crei prima un progetto credibile, costruisca le condizioni per sviluppare un bacino di utenza di almeno 10 mila spettatori stabili e poi si potrà anche parlare di un nuovo stadio. Altrimenti, si tratta solamente di chiacchiere al vento.

In questo articolo ci siamo limitati a riportare solamente l’oggetto della delibera, facendo di sconto di certi contenuti di premessa al dir poco spassosi, come quello che individua tra le motivazioni che giustificherebbero la costruzione del nuovo stadio, una capienza dell’attuale Pinto definita testualmente nella delibera “insufficiente”. Beh, se facciamo l’elenco dei paganti in tutte le partite casalinghe di quest’anno, c’è da mettersi letteralmente a piangere. Probabilmente, non si arriverebbe nemmeno a riempire in una sola partita l’intera capienza della tribuna coperta. ‘Ste cose qui vanno affrontate con serietà. Il che significa che dev’essere evidente l’esistenza di condizioni economiche, anzi, socio-economiche che giustifichino questo particolare uso del danaro pubblico.

Nella ricca Cagliari queste condizioni c’erano, ancor di più nella ricchissima Udine. Non ne parliamo poi di Bergamo, martirizzata dal virus ma città tra le più ricche d’Europa. Ma solo ora, dopo aver fatto giocare la sua squadra in Serie A in un vero reperto archeologico, qual è stato lo stadio Atleti Azzurri d’Italia, ne ha realizzato uno nuovo, ma solo grazie al patron Percassi, che da giocatore era intelligente, nel ruolo di libero, ha costruito un progetto da Champions, con i quarti di finale raggiunti, attraverso le 4 pappine rifilate al Valencia nella sciaguratissima serata di San Siro, dove entrarono 500 positivi al covid e ne uscirono almeno 15 mila. Per il momento, avrebbe detto il mitico Roberto Bortoluzzi, al comando di Tutto il Calcio Minuto per minuto, è tutto.

Post Scrittum: una domanda, quante persone hanno salito nell’ultimo anno le scale dello store della Casertana in Corso Trieste?