L’EDITORIALE. Il governatore De Luca, legittimando il teatrino dei sindaci di Zannini, ha mostrato disprezzo per la magistratura e (in)cultura delle istituzioni
26 Febbraio 2025 - 19:52
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Qualche fotografia dell’evento di stamattina e un ragionamento che riesce ancora a partire, nonostante gli anni trascorsi tra quelli che De Andrè avrebbe definito i papponi e i lacché di questa terra, da fondamentali garantisti, ma che arriva a una conclusione che già in passato abbiamo esposto sempre a coronamento di un’analisi densa di fatti, di cose reali. Zannini ha voluto mostrare i muscoli dimostrando agli amministratori comunali che continuano a non sapere cosa fanno che il potere del rapporto con il conducator della Campania gli appartiene e non è scalfito dalla pesante inchiesta giudiziaria che l’ha coinvolto e lo coinvolge ancora con ipotesi di reato molto gravi
di Gianluigi Guarino
A volte rifletto e mi chiedo se sia valsa la pena spendere molta parte della mia vita nel racconto delle cose riguardanti la terra casertana.
Il dubbio diventa pensiero profondo quando confronto quelle che erano le mie idee sull’esercizio dell’azione penale, sull’attività, negli anni ’90, della magistratura italiana, inquirente e giudicante, con l’evoluzione o involuzione di questo punto di vista così come maturato fino ad oggi.
Mi dispiace un po’ (anzi un bel po’) constatare che la pratica quotidiana del racconto di come viene utilizzata, ghernita, mortificata, manipolata, sfregiata ogni giorno la res publica in questa provincia abbia finito per imbarbarirmi e avvicinarmi, partendo da Cesare Beccaria, alle idee di un Robespierre, di un Danton e giacobini assortiti.
Non è un bel crescere, ma un cattivo crescere.
Perché i principi della libertà naturale e del diritto naturale che informano la democrazia quale sua quintessenza, rappresentano senza ombra di dubbio un ideale di vita felice o comunque rispettosa di ogni singola entità ed identità del genere umano.
Purtroppo, praticando quotidianamente con le ruberie, con gli imbroglioni, con una politica che realizza la sua antitesi, annullandosi, e cioè la cura esclusiva degli interessi personali o particolari, ho trovato nel sentiero punitivo l’unica strada da percorrere che ha portato mano mano all’inevitabilità dell’indignazione, all’iper demagogico “tutti in galera”, come recitava lo slogan del comico ancora vivente Giorgio Bracardi.
Stamattina, il consigliere regionale Giovanni Zannini ha organizzato una sorta di pulmino, lo avrebbero definito i giornalisti che si occupavano di politica negli anni ’70-’80, le truppe cammellate di Laurence d’Arabia. Destinazione Regione Campania.
Giovanni Zannini, però, non è un condottiero, ma un indagato per gravi reati, quali la concussione, la corruzione e il falso in atto pubblico.
Un politico indagato con questo carico di ipotesi di reato, può continuare a svolgere la sua funzione di rappresentante del popolo?
Fortunatamente il filo che collega il me di ieri al me di oggi non si è completamente interrotto. La risposta è assolutamente sì. Ha il diritto e forse il dovere di continuare a svolgere la sua attività di politico.
Ciò perché il verdetto del popolo sovrano, indipendentemente dal modo con cui questo è maturato, può essere messo in discussione nel perimetro di una dialettica politica, ma non può esserlo come strumento supremo di legittimità alla rappresentanza, perché se questo avvenisse si minerebbero i fondamenti della democrazia.
Zannini, dunque, non solo può, ma deve continuare, a ricoprire la sua carica di consigliere regionale. Detto questo, però, non può essere considerato intangibile e indiscutibile il modo in cui lo fa, né può essere totalmente espunto dalle valutazioni politiche il dato della pesantissima inchiesta della Procura della Repubblica di S.Maria C.V. che lo riguarda.
E questo è un problema squisitamente politico, dalla cui valutazione non mi sottraggo e non sottraggo il giornale che dirigo.
Il garantismo, infatti, lo dice stesso la parola, si concretizza nella garanzia che ogni cittadino deve avere di essere considerato colpevole fino al pronunciamento di una sentenza definitiva e inappellabile.
Ma al garantismo non si può applicare una protesi artificiale, il garantismo non può estendere il proprio significato fino alla sprezzante indifferenza nei confronti di quello che la magistratura sta esplicitando con modalità molto serie e certamente non aggressive, senza ricorrere cioè alla prassi manettara (abbiamo ripescato un altro termine dal glossario di Tangentopoli). Se questo succede si verifica un cortocircuito paradossale, perché l’uso improprio del garantismo diventa strumento dell’antidemocrazia.
Qual è, infatti, la differenza tra la vicenda giudiziaria di Franco Alfieri, presidente della provincia di Salerno, sindaco di Capaccio Paestum (per intenderci, quello delle famose fritture di pesce in cambio di voti) e Giovanni Zannini, consigliere regionale nato cresciuto e pasciuto a Mondragone?
Tutti e due sono stati e sono ancora dei pupilli di De Luca. Franco Alfieri non si vede più, però, dalle parti di via Santa Lucia o nel grattacielo del Centro Direzionale in quanto è stato arrestato lo scorso 3 ottobre, passando poi, per effetto di una decisione del Tribunale del Riesame, dal carcere agli arresti domiciliari, dove si trova confinato dal 28 ottobre e dai quali ha deciso, solo una settimana fa, di rassegnare le dimissioni dalla carica di sindaco di Capaccio Paestum decadendo, come successo pure per Giorgio Magliocca, anche dalla carica di presidente della Provincia.
Giovanni Zannini, al contrario, per una scelta garantista della Procura della Repubblica di S.Maria C.V. non è stato arrestato, nonostante il fatto che i reati a lui contestati ben potrebbero implicare una sostanziosa limitazione cautelare della libertà personale. Il me di prima si salda con il me di oggi nel momento in cui esprime piena consonanza di idee con questa decisione delle toghe sammaritane.
Ma la portata delle accuse che a Salerno hanno condotto all’arresto di Alfieri non ha certo un peso inferiore a quello delle accuse ipotizzate a carico di Zannini.
Il sottoscritto, che pure lo ha votato nel 2015, non si è fatto mai incantare – diventando l’unica voce dissonante e non conforme durante il trionfo di popolo intra-Covid – dalla vena di showman mostrata negli ultimi anni dal governatore della Campania. Calando la lente di ingrandimento sul suo rapporto con Zannini, infatti, siamo riusciti a costruirci in maniera quasi olografica la convinzione di trovarci di fronte a un uomo intelligente, diabolico, cinico, ma soprattutto a un relativista cronico. De Luca ha dimostrato, infatti, di non riporre un solo pensiero in quello che dovrebbe essere una equilibrata considerazione della relazione tra istituzioni di forma e sostanza diverse, ma che comunque operano sotto l’egida della Costituzione.
Si è fatto ritrarre a Mondragone, diciamo così involontariamente, insieme ad un camorrista reduce da 13 anni di carcere e uscito 10 giorni prima. Questo ci può anche stare, perché se io vado ad inaugurare un campo sportivo, non è che debba o possa chiedere il certificato del casellario giudiziale o quello dei carichi pendenti a chiunque mi si avvicini o anche a chi mi accompagna nel mio percorso pedonale. Il problema è che De Luca, al quarto o quinto articolo di questo giornale, quando è stato avvertito del curriculum del signor Scarola, al secolo Pasquale Razzino, esponente del clan Fragnoli, non abbia chiamato Zannini rifilandogli un poderoso rimbrotto del tipo: “Oh, ma chi mi fai trovare quando vengo a Mondragone, i camorristi?”
No, non l’ha fatto. De Luca non ha il senso delle istituzioni, ma solo una voracità nella promozione e nella celebrazione quotidiana del proprio ego.
Per carità, non vogli certo fare il maestrino che punta il dito contro l’umana debolezza della vanità, men che meno lo posso fare io che nella mia scrittura e anche in molti aspetti nella vita questo difetto lo mostro e lo soffro.
Ma io, parlando anche a nome di tutti i vanitosi e gli egocentrici sani o solo moderatamente insani di mente, so con certezza che questo difetto non potrà mai travalicare il confine tracciato da certi valori. Se qualcuno mi metterà vicino un camorrista, la mia vanità mi suggerirà di fare una intemerata contro la camorra, un comizio contro il clan Fragnoli. Rischierei qualcosa, ma mi sentirei molto figo ma allo stesso tempo esprimerei un atto di equità nella considerazione delle cose che mi accadono attorno.
Insomma, una cosa alla Marilena Natale, che non sarà elegantissima nelle modalità dialettiche con cui affronta le sue battaglie, ma traccia ogni giorno una linea chiaramente discriminante tra i difetti del genere umano e il perimetro che circonda l’area della delinquenza e della criminalità organizzata.
Al contrario, per i motivi appena detti, la vanità di De Luca, il suo egocentrismo, sono malati, totalmente insani e pericolosamente contagiosi. E allora non ci si può stupire se, come ha fatto stamattina, il governatore si presta alla necessità emotiva – prima ancora che politica – di Giovanni Zannini di dimostrare, a quelle che sono le cinghie di trasmissione del suo potere, che l’inchiesta giudiziaria che l’ha coinvolto non ha scalfito per nulla la sua forza e il suo potere.
Ora, che la maggior parte dei sindaci della provincia di Caserta siano dei deficienti, nel senso letterale del termine, è assunto che dimostriamo con fatica, sacrificio, applicazione, “studio matto e disperatissimo” ogni giorno.
Per cui stamattina, come se niente fosse, si sono messi appresso al consigliere regionale che voleva dimostrare loro che l’inchiesta di S.Maria C.V. gli fa un baffo e che De Luca è lì, a disposizione, e li riceve in pompa magna come vassalli del suo consigliere regionale preferito.
Il problema è che il prossimo 9 aprile i giudici della Corte Costituzionale, a meno che non impazziscano all’improvviso, troveranno un varco larghissimo nelle modalità giuridiche con cui De Luca si è letteralmente inventato la possibilità di un suo terzo mandato. Conseguentemente, nel prossimo autunno, il governatore in carica metterà fine alla sua esperienza di conducator della Regione Campania.
Per cui tutte le situazioni diventeranno molto più fluide e De Luca non costituirà più, alla luce dell’asse costruito dal Pd e da 5Stelle un punto nevralgico in grado di orientare le scelte di potestà e di governo della Regione. Di qui l’ennesima dimostrazione di quanto siano deficienti, nel senso letterale del termine che proviene dal latino deficere, la maggior parte dei sindaci di questa provincia.
Ma il problema più grave è un altro. Oggi Vincenzo De Luca ha dimostrato ancora una volta di vivere non politicamente la sua esperienza di uomo delle istituzioni. Anzi, a questo punto è molto più corretto dire di uomo nelle istituzioni.
Con il teatrino di stamattina ha dimostrato di nutrire poco rispetto nei confronti di un potere costituzionale, ossia la magistratura, in questo caso quella inquirente di S.Maria C.V., che invece ha mostrato grande rispetto nei confronti di Zannini, scegliendo in maniera diversa, a nostro avviso giustamente, rispetto a quello che hanno scelto di fare i colleghi della Procura di Salerno.
Compiuto il giro della riflessione, torniamo alla domanda che l’ha innescata, relativa alla differenza tra il caso di Franco Alfieri e quello di Zannini.
Di Franco Alfieri il governatore De Luca non ha mai parlato. Sicuramente nel momento in cui si è dimesso da presidente della Provincia di Salerno si creeranno le condizioni per una piena liberazione anche dagli arresti domiciliari.
Lui, dunque, assumerà uno status evidente di semplice indagato a piede libero, identico a quello di Giovanni Zannini.
Solo che Franco Alfieri non metterà piede nell’ufficio di De Luca almeno in maniera formalmente riconosciuta. Al contrario, Zannini è stato gratificato dal crisma e sigillo di un evento reso pubblico dal governatore. In questo discrimine nella scelta valutativa e comportamentale di De Luca abitano la sua indifferenza, il suo disinteresse e il suo disprezzo al cospetto del garbo garantista dimostrati, invece, dalla Prociura della Repubblica di S.Maria C.V.
E quando succedono queste cose, così chiudiamo il cerchio concettuale dell’articolo, ti si incendiano le orecchie e le gote e cerchi nel cassetto una tricoteuse dopo esserti sentito geneticamente trasformato in quello che trent’anni fa non avresti mai pensato di poter diventare, ossia una riproduzione in scala dell’avvocato del terrore Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre.
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